sábado, abril 18, 2009

Il milione (en italiano). Por Alberto

A mia moglie Marta,
e compatisco gli altri
perché non ce l’hanno.


Quando Markos Volikanus trovò quella valigia, quella valigia con un milione dentro, la prima cosa che fece fu lasciare la moglie. E con lei lasciò anche casa, vestiti, automobile e tutto quello che, teoricamente, gli apparteneva, ricordi compresi. La seconda fu, senza dubbio, lasciare il lavoro. Il suo capo, affabile e distinto al pubblico, nevrotico e scontroso con i suoi sottoposti, era diventato insopportabile nel corso degli anni. Come in un’evoluzione discendente, più il tempo trascorreva e meno considerazione Markos acquisiva. Quel lavoro non l’avrebbe mai portato a nulla di buono. Con invidiabile calma si avvicinò al capo, gli riconsegnò il badge e il maledetto tesserino plastificato che per anni l’aveva reso un numero e gli mollò un buffetto in fronte a mo’ di sberleffo. “Non avremo più il piacere di incrociare le nostre strade”, disse, e il capo attonito restò immobile, come una statua di cera, senza il coraggio di proferire alcun sussurro. La terza fu liberarsi delle vecchie e corrose amicizie. Tutte quelle che, ormai, avevano esaurito l’ingenuo entusiasmo giovanile. Non sarebbe stato difficile, bastava sparire dalla circolazione. Doveva, però, gettare via anche il telefonino. “Poco male”, e lo fece, “tanto era solo una seccatura”. Questa fu la quarta cosa. Parenti stretti a cui dover rendere conto non ne aveva più, per fortuna, perciò solo restava un’ultima cosa da fare. La quinta: andarsene. Ma prima voleva togliersi qualche soddisfazione.

La prima soddisfazione che si tolse fu pagare qualcuno perché facesse qualcosa per lui. Markus Volikanus aveva sempre dovuto fare tutto da solo. Invidiava tutti quelli che con il denaro avevano guadagnato anche una posizione sociale e avevano una schiera di adulatori, bramosi d’ascesa o favoritismi, disposti a esaudire ogni loro richiesta. Portaborse e tirapiedi che si facevano in quattro per accontentarlo, non ne aveva mai avuti, così assoldò un tale perché gli andasse a ritirare la giacca in lavanderia. La seconda fu pagare qualcuno perché facesse qualsiasi cosa lui ordinasse. Un ragazzetto, occhio vispo e spensierato, accettò la provocazione: Markus ordinò che ballasse, il ragazzetto ballò; ordinò che saltasse, il ragazzetto saltò; ordinò che s’inginocchiasse, il ragazzetto s’inginocchiò. L’impercettibile senso dell’esistenza e l’ineffabile sostanza dell’essere di Markus Volikanus erano ora spiritualmente più elevati. La terza soddisfazione fu comprare qualcosa che veramente desiderava. Una vita per gli altri era stata la sua, una vita di sacrifici ed ora era giunto il momento di comprarsi qualcosa che fosse solo per sé. Qualcosa che gli piacesse veramente, non più libri mai letti o profumi mai usati, gli stessi e gli stessi di sempre, quelli che per una vita aveva ricevuto nei giorni di festa. Odiava i cerimoniali domestici e i cinici presenti che ne venivano, perciò decise di regalarsi un capriccio. Nulla di sorprendente, vero è, ma Markus non si era mai comprato niente di cui non avesse bisogno. Non aveva mai avuto niente di superfluo, solo il necessario, ed ora era ciò che più vagheggiava. Quella tromba era perfetta, quanto di più appariscente avesse mai visto. Una splendida, sfavillante tromba gialla come l’oro. Non suonava Markus, né ascoltava musica per la verità, ma quell’arnese sublimava i sensi al solo contemplarla. La quarta fu pagare un passante perché si levasse le scarpe che indossava e gliele consegnasse. La quinta sarebbe stata andare in un’agenzia di viaggi, comprare il biglietto aereo e pronunciare le uniche due parole su cui irrimediabilmente si sostenevano tutte le sue speranze: “Solo andata”. Ma prima voleva levarsi qualche sassolino dalle scarpe.

Il primo sassolino che si levò fu andare in banca. Aprì la valigia con il milione, o poco meno, e disse: “Le condizioni che ad oggi mi avete offerto non sono adeguate per depositare qui i miei risparmi. Vorrei estinguere il conto, per favore”. Ma prima di farlo, schiaffo morale, versò una grossa somma nel conto della moglie. “Che lo consideri una liquidazione” bisbigliò. Questo fu il secondo sassolino. Il terzo, andare in quel ristorante di lusso frequentato solo dal fior fiore della società. Aveva giurato che non avrebbe mai messo piede in quel posto, laddove borse firmate e orologi d’oro rappresentavano uno status. Non andò solo per mangiare, questo è ovvio, ma per sbattere in faccia a quel manipolo di presunti signori la cospicua mancia che avrebbe lasciato al cameriere. Trovò l’aragosta deliziosa, detto sia en passant, e la divorò. Poi, subito dopo il ristorante, andò in quell’atelier d’abbigliamento, alta scuola di sartoria, con quei commessi supponenti e tracotanti. Non solo per rifarsi il guardaroba, s’intende, ma per vedere come si genuflettessero di fronte a un’ingente cifra da spendere. Uscì soddisfatto, quello Zegna gli calzava a pennello. L’inestimabile leggerezza del suo spirito dandy mai fu più appagata. E siamo al quarto sassolino. Il quinto fu estinguere il mutuo, pagare l’ultima rata della macchina che già non gli apparteneva più, le bollette arretrate e tutte quelle multe in protesta che non si era mai spiegato. “Non voglio debiti con la vostra società” disse con fare snob e irriverente al Comando dei Vigili Urbani. Saldò anche il debito con il fornaio, con il tabaccaio e con il macellaio. Con il giornalaio no, gli era simpatico e pensò che non voleva umiliarlo, per questo non lo pagò. Il sesto sassolino che si levò fu andare al Cup e cancellarsi dalle liste d’attesa per eseguire il tanto sospirato esame clinico. Era stanco d’aspettare, era stufo di vedere passare avanti amici e parenti di medici, politici, magistrati e vescovi. “Faccio da solo”, disse all’ignaro impiegato di quello sportello, “ho già prenotato una visita privata, ora posso permettermelo. Non ce l’ho con lei, lei è solo un burattino nelle loro mani” e di colpo girò le spalle all’innocente funzionario dello Stato, basito per l’incomprensibile sfogo di quello stravagante sconosciuto. Nel suo cammino di perfezione, pari solo a quello dell’alcide Eracle di Argo, Markos Volikanus decise che solo restava un’ultima fatica, la settima impresa. Ritirare il passaporto in Questura. Si recò, quindi, con impareggiabile solerzia al Commando di Polizia. Il passaporto non era ancora pronto. Sarebbe stato chiedere troppo. Doveva aspettare ancora dodici ore. Troppo veloce per Eracle la Cerva di Cerinea, insormontabile per Markos Volikanus la burocrazia dello Stato. Quel nemico era troppo forte persino per lui e per il suo qualcosa meno d’un milione. Un pensiero, però, lo confortava: fra dodici ore avrebbe lasciato la città. Il suo animo era quanto mai corroborato dall’ebbra sensazione della fuga. Ma prima di andarsene voleva prendere qualche altra iniziativa.

La prima iniziativa che prese fu ubriacarsi nel pub irlandese. La seconda, perdere l’inibizione, quella che per anni aveva mitigato e spesso soffocato i suoi più remoti impulsi e intimi propositi. A Markos Volikanus piaceva filosofeggiare e, come tutti i filosofi, aveva le sue teorie. Sosteneva che se i più recenti video-games avevano come oggetto e scopo del gioco quello di riuscire a delinquere, fare a bastonate, compiere atti vandalici, scippare vecchiette, rapinare negozi, sgominare bande rivali e andare a puttane, una ragione doveva pur esserci. Il nostro inconscio, sostiene il Volikanus, è proteso alla follia, anela il caos e l’anarchia, e considera l’arbitrio legge sovrana che regola l’universo. L’inibizione e l’ipocrisia dettate dall’infallibilità borghese sono gli unici deterrenti per estrinsecare il vagheggiamento umano, simile alla bestia in questo presupposto, e contemplare l’atavica volubilità dell’essere. Quello che gli sfuggiva era se i video-games fossero riflesso dell’animo o civile necessità borghese del diversivo decostruttivo. Cominciò, per coerenza di pensiero, a importunare le donne, devastare il locale e offendere chiunque gli andasse incontro. Fu prontamente allontanato dal locale, con le garbate maniere di un pastore di recente venuta dalle verdi colline del Connemara. Lì fuori s’imbatté in uno strano tizio, d’origine magrebina a giudicare dai tratti somatici, che gli propose d’acquistare alcune sostanze. La terza iniziativa che prese fu quella di drogarsi. Non l’aveva mai fatto, per queste cose non ci era proprio portato, ma ormai solo poche ore lo separavano dalla partenza e quella era la sua ultima notte nella città che tanto odiava per avergli rubato l’animo. Drogarsi significava mancarle di rispetto, oltraggiarla, vilipendere le sue leggi e profanare le sue maledette convenzioni. Significava, in altre parole, fargliela pagare. Stupefatto ebbe la brillante idea di andare a puttane con il suo meno d’un milione. Questa fu la quarta iniziativa. Quella sedicente vergine era proprio uno schianto. Una seducente eterea meretrice messicana, la più bella chiapaneca sulla faccia della terra. Non resisté alla tentazione e l’afferrò per possederla. Lei fece per calmarlo e lo portò via perché si appartassero in una delle camere di quell’elegante bordello. Markos fece quello doveva e voleva fare, il suo sesso emanava l’odore dell’ebrezza e i pori del suo corpo sprigionavano, per la prima volta da che venne al mondo, effluvi di vita e di pienezza. L’ultimo livello della sua ascesi volitiva era raggiunto e si meritò la pace dei sensi. La quinta iniziativa, che non aveva previsto per la verità, fu quella di svegliarsi. La sesta, cercare la puttana, nella molteplice accezione di questo termine, che gli aveva rubato la valigia. Si affrettò a incalzare il proprietario del locale. La chiapaneca lavorava lì solo da pochi giorni e probabilmente non ci avrebbe più messo piede visto il suo comportamento. Markos chiese delucidazioni. Il proprietario spiegò che, incomprensibilmente, se ne era andata, ma prima di andarsene aveva insultato varie persone.

La prima persona che insultò fu il proprietario stesso, per essersi per primo approfittato del suo corpo. La seconda, la moglie per essersi approfittata della sua condizione. La terza persona che insultò fu una collega, per essersi approfittata della sua ingenuità. La quarta, una donna delle pulizie per essersi approfittata della sua fiducia. La quinta, un barman per essersi per secondo approfittato del suo corpo. La sesta, lo chef per essersi per terzo approfittato del suo corpo e via dicendo fino al facchino e a Markos stesso.

Non più ebbro come poche ore prima, pensò che tutto era stato un sogno. Ciò che di certo sembrava realtà era che alle sei del mattino non sapeva dove fosse, che non aveva più il telefonino in tasca, che sua moglie, probabilmente, lo stava cercando e che tra poche ore sarebbe dovuto andare a lavorare. La prima cosa che fece fu convincere se stesso che quella vita gli piaceva.

domingo, abril 12, 2009

El Viejo del Manzano

El viejo que cada tarde se sienta mudo a frente a su plato de menestra y a berer su vaso de vino en el bar Manzano levanta la cabeza y sonríe al dueño cuando la televisión muestra una grua volcada por el viento. Algunas cosas no tienen precio. ¿La vita está en la publicidad?

Il vecchio che ogni sera siede muto
A mangiare il suo piatto di minestra
Ed a bere il suo bicchiere di vino
Alza la testa e ride nel Manzano
Gli altri tavoli sono tutti vuoti.

Quitar las sábanas

Cambiar las sábanas, quitar la funda de las almohadas. Abrir la ventana, que entre la luz. Encender la máquina del café. Un avión sale dentro de una hora. Que entre luz, que entre aire, que se vayan el olor y el recuerdo de ella.

Llego al laboratorio, prendo el portatil, y me acaba de llegar este correo electrónico:

«As we grow up, we learn that even the one person that wasn't supposed to ever let you down probably will. You will have your heart broken probably more than once and it's harder every time. You'll break hearts too, so remember how it felt when yours was broken. You'll fight with your best friend. You'll blame a new love for things an old one did. You'll cry because time is passing too fast, and you'll eventually lose someone you love. So take too many pictures, laugh too much, and love like you've never been hurt because every sixty seconds you spend upset is a minute of happiness you'll never get back. So send this to all of your friends in the next 5 minutes and a miracle will happen tonight. Forward if you want to - wise words can never be heard too many times».

Contemporáneamente, otra persona, me manda ese otro correo (¿lo hacen adrede?):

«No dejes nunca al q te ama x aquel q te gusta porque ese que te gusta te dejara por ese que ama. Esta noche a media noche tu amor verdadero se va a dar cuenta que te ama........algo te va a pasar entre las 1 y las 2 .
Mañana esten listos para el shock mas grande de su vida si rompen esta cadena, van a tener mala suerte en el amor x proximos años. Envia esto a 15 personas en 15 minutos».

No mandaré ningún e-mail a nadie. Volveré a casa, colgaré las sábanas, cerraré la ventana. El olor habrá desaparecido de las prendas y de la cama, pero el recuerdo de ella seguirá allí.

miércoles, enero 14, 2009

Imali

No sé qué horas eran, ni qué día, ni qué mes, qué año, acá todo es igual, da igual el año, el mes, el día, la hora, el caso es que estaba y estaba pasando sin hacer nada – por poner una hora digamos las ocho, las ocho de la mañana-, estaba pasando paseando sin hacer nada por el Colón. Y sin saber por qué, sin motivo me quedo mirando esa estatua con su dedo obsceno señalando hacia allá, hacia ningún lado, cuando de pronto, así del la nada, entre el montón de pinos que rodean la estatua veo un zapato y después una mano y luego un brazo y un codo y una cabeza y al ver la cabeza reconozco a mi amigo o conocido o lo que fuera, a David y yo “David hombre!, hermano, qué hace usted por ái botado güevón, no me joda” Y el hombre ahí, sin levantarse, sin despertarse, sin inmutarse “mosquéese, marica” pero nada el hijueputa dormido, domado. Al final lo levanté y como esa mañana me había levantado temprano porque el día anterior no había hecho nada y ya me estaba empezando a aburrir y por darle un lección al borracho este maricón que no me había invitado a salir ayer– si es que era desde ayer que llevaba ahí tirado y no desde anteayer o anteanteayer- me lo llevé a uno de los cafés que están por ahí en la calle San Pablo y tome que tome, por hijueputa!

Y dele que dele, como si rodáramos, de un bar a otro, de arriba abajo y ¿qué horas eran? pues ni idea pero era temprano y era temprano antes de las doce del día y nosotros dos ahí borrachos, emborrachándonos. De la calle Colón pasamos a la plaza de Anaya y me acuerdo del frío que teníamos los dos, un frío ni el verraco, un frío furioso, mamón, de esos que no hay por allá, por la patria, por Colombia. Y vimos los pinos inmensos, encorvados y yo empiezo “Uy, hermano, vea, usted no ha visto cómo se pone esto de noche, una chimba, una verga pero verga en serio serio serio: todo oscuro todo misterioso, como místico y usted ve los árboles y ve la facultad y ve la catedral como una ballena gigante disecada ahí quieta, pero una ballena hombre, un balleno inmenso y deformado con sus cien falos estirándolos al cielo, arrecho, güevon, como dicen acá: cachondo” y él diciendo que no, que no la había visto, que fuéramos a un bar que se estaba congelando con este frío furibundo que no hacía en la patria y a petición suya nos fuimos a otro bar, pero esta vez en otro lado.

Por ser dizque originales le dije que nos largáramos para Van Dick y el hombre como sólo estaba de paso, visitando el muy descarado, que listo, que hecho que para donde yo quisiera, que todavía era de día y que después de eso él mandaba: yo le seguía la corriente porque el degenerado no sabía ni lo que decía: ¿él guiarme a mí? a mí en Salamanca, él que no había estado acá en su vida y que cuando en Bogotá decía que me iba a llevar a su casa siempre al final me tocaba guiarlo a mí porque el muy despistado se perdía “que es por la séptima Jacome y no por ái” y yo “sí, es por la séptima pero es que por ái se va a la séptima” y al final la mamá agradeciéndome que lo hubiera acompañado, que no me imaginaba lo que ella sufría viéndolo bajar y subir las escaleras cuando por las noches el pobrecito se levantaba a la cocina y a la vuelta no encontraba su cuarto…

Terminamos en un bar cuyo nombre ya no recuerdo, una cantinucha de mierda, de alcohólicos, de esas que están abiertas día y noche y a las que acuden todos los jubilados alcohólicos que no tienen nada más que hacer sino emborracharse. Nos atendió un viejo gordo de los de siempre: que qué quieren y nosotros que lo que sea y así nos fue, nos tomamos de lo que sea como diez copas y terminamos dizque nostálgicos cantando canciones de la patria en una de las mesas y de la nada David empieza “Uyyyyyyy! Ya me acuerdo de lo que hice ayer, vea: se acuerda de la vieja esa que conocimos el día que llegué a visitarlo, ah, no, espere, espere, eso fue después, antes estuve con usted, no? o no, sí, a pues, entonces fue después de eso. Vea salí con Imali, el italiano, ése con nombre africano o algo parecido, su amigo, y nos fuimos a la casa suya y empezamos a tomar y a tomar y el man había invitado a dos viejas, dos jóvenas, bien buenas o no, mentira, estaban horribles: un par de gurres asquerosas. El caso es que Imali y yo, arrechísimos, empezamos a coquetearles, a levantárnoslas y de pronto una de las viejas sale con un cuento más raro que el putas: resulta que la loca estaba enamorada de un man por ahí del Chocó, una sueca, enamorada de un man del Chocó que había conocido acá en Salamanca hacía dos semanas pero que el tipo había desaparecido sin dejar rastro y que ella creía que estaba embarazada de él y no de su novio (porque tenía uno) pero que ese no era el problema o sí, también, pero no el pricipal. El principal problema era que el negro del Chocó, porque era negro, tenía una verga ni la hijueputa, es decir, un FALO, me entiende? una polla que abarcaba como yo no sé cuántos centímetros y que ahora cuando follaba con el novio no sentía nada, nada, absolutamente nada y es que el mayor problema no era ése, el mayor problema era que el negro le había enseñado a hacer cosas con el ano, mejor dicho: se la había sodomizado hasta más no poder y la pobre le había cogido gusto y no podía hacerlo con su novio porque resulta que su novio pertenecía a una diócesis y no consentía ni siquiera el sexo premarital, que por eso ella y él al principio se mataban a pajas antes de que ella lo amenazara con dejarlo si no empezaban a follar y claro el hombre cedió y ahora dizque estaban felices hasta que el negro ese apareció con su FALO y su afición a la sodomía y ahora ella no podía dejar de pasar un día más sin que le dieran por el culo, así que con muy buenos modales nos pidió a Imali y a mí que si alguno tenía la piedad y la humildad y sencillez y caridad cristiana, sacara su pene y comenzara la acción. El problema fue que en ese momento su amiga escandalizada empezó a ponerse nerviosa y la sueca empezó a gritarle y a decirle que no fuera egoísta, y etc etc… el caso es que una vez logramos calmarles los ánimos al par de locas salimos todos juntos de fiesta y de un bar a otro como es la costumbre española y la gente yendo y viniendo por todas partes borracha, cuando de pronto, de la nada, aparece, justo en el momento en que cruzábamos la plaza, el negro chocuano o, mejor dicho, eso pensamos porque la sueca se le lanzó en medio de su borrachera encima y empezó a dar gritos como una posesa…al final resultó que ese negro era un nigeriano amigo de un amigo de ella que había conocido de cerca el caso de ella con el colombiano ese del FALO y ella le estaba preguntando que si lo había visto, que si sabía de él y, de paso, así, aprovechándose de la coyuntura, le pidió que le diera por el culo, claro está, siempre con muy buenos modales. La vaina acabó con que el negro y la sueca terminaron metidos en el edificio que está en reconstrucción ahí en San Justo. Y mientras Imali, la española y yo nos ibamos a otro bar, ella, la sueca, solucionaba sus asuntos anales. Estando en esas nos dirigimos al Pani (porque se suponía que ahí íbamos a encontrarnos con unos españoles amigos de la española cuyo nombre ahora que me acuerdo era María en Gracia, jajaja, María en Gracia, imagínese ponerle usted a su hija, María Embarazada o María en Desvirgación), de pronto antes de que llegáramos al bar nos encontramos con que un degenerado de esos borrachos que no encuentran límites se puso a escalar hasta una de las terrazas. No sé cuánto tiempo perdimos en ver al tipo ese subir y gritar frases incoherentes como “Yo soy Er y vengo a hablar de lo intangible, de lo eterno” pero fue por una vieja que estaba ahí, cuyo nombre era Visitación (presumiblemente española como se puede ver jajajaja) que supimos que el hombre ese se había caído de un cuarto piso por culpa de su hórrida costumbre de escalar todo lo susceptible de ser escalado sólo cuando estaba borracho y había quedado en estado de coma durante un día y que al despertar había contado una historia maravillosa, increíble, y que a partir de entonces no había parado de repetirla. Pero justo cuando iba a empezar a relatarla nos acordamos de los amigos de Mary in Greece (así fue como le empezamos a decir después de una sugerencia divertida de Imali), pero ya para cuando llegamos no estaban, sin embargo la que sí estaba era la sueca pero en un estado deplorable: la encontramos vomitando en el baño y nos tocó sacarla y llevarla a la casa de Imali para que durmiera…”

“Oiga, pere, hermano, se nos acabó la bebida, camine adonde Imali a ver en qué anda y así no ahorramos unos pesitos” Y dicho lo dicho salimos para la casa del italiano.

Y el hombre, el italiano Imali, con sus dos metros de altura y con el peso de su nombre africano o árabe o lo que fuera, nos abrió la puerta y nos invitó a seguir. Que qué bueno que hubiéramos llegado porque se estaba cocinando una costilla inmensa de cerdo que no se la iba a poder comer toda él y que también qué excelente porque tenía un vino y tres invitados con los cuales se podía llenar la mesa grande del salón y hacer un buen y elegante banquete o mejor un simposio y con ojos iluminados “Y cada uno hace un discurso y habla sobre un tema que le guste, pero necesitamos un simposiarca para que controle a las personas y lo que tienen que decir y la cantidad de vino que debe beber cada persona ya que el tema en torno al que vamos a discurrir es importante” David con los ojos bien levantados oía desde su pequeña altura la voz larga de Imali y mientras llegaban los otros y esperábamos a que se terminara de hacer la comida, e Imali “te perdiste de la gran noche, QUÉ NOCHE, qué noche, y las españolas con sus piercings, las potemkianas aaaaaaaah, las potemkianas, pero lo mejor fue ese que se creía Er, Jacome, el de la República, ER!, jajaja, que conocía lo eterno, lo inmutable, lo absoluto! Yo conzco a ese tío y su historia, sabes lo que dice?, es increíble, in-cre-í-ble, una pasada! Este hombre (un tipo que escalaba los edificios como tú y que se había caído y había estado en coma y ahora predicaba una visión que había tenido durante el lapso de tiempo que había durado el trance) cuenta que durante el tiempo que pasó en coma...”

lunes, junio 04, 2007

Da internet meno di quello che ci aspettavamo

E correre, correre. Correre sempre dietro a tutto. Inseguire la propria coda in un continuo circolo vizioso. Serpente uroborico che si morde la propria coda. Inutile sforzo. È la filastrocca di un continuo miserere. Lo scontento per una vita che non porta a nessun luogo. Lo sconforto per gli amori consumati ancora acerbi. Per il frutto colto da un ramo e per quello raccolto dal terreno.
È la mia vita, è a Salamanca che si decide tutto il divenire. È qui che dimentico passato e futuro. È qui, miseramente, ma ancora in piedi, che di notte guardo le cattedrali che splendono sotto un manto nero di stelle.
Siamo tutti stufi di leggere sui giornali (di carta stampata) che le potenzialità di internet sono infinite. Da dieci anni a questa parte io lo vedo come un contenitore pubblicitario e come un grande orario dei treni virtuale. Quello che si legge su internet cos’è? La versione on-line della carta stampata? Lo scarto degli editori? Basta. Basta. Stufa vedere la rete come un enorme contenitore. Per una volta tanto, che la rete dimostri cosa può dare! Salamanca y sus cuentacuentos è un blog, ma è anche un’opera collettiva. Non è il forum dove chi odia Bush scrive male di lui e chi osanna Oriana Fallaci scrive bene di lei. Non è il posto per sfogare la propria insoddisfazione o per rompere la noia. Salamanca è la protagonista di questo blog e i suoi cuentacuentos siamo noi, che scriviamo su questa web, e voi, che potete partecipare ad un’opera collettiva come lettori e anche come attori a patto di aver vissuto almeno una volta in questa città unica e di aver vissuto una storia degna di essere ricordata. (Que alguien me lo traduzca al castellano, que yo no se hacerlo ni me da la gana).

martes, abril 17, 2007

martes, septiembre 06, 2005

«Muchas Historias que contar, una sola ciudad para vivir» «Molte storie da raccontare, una sola città da vivere»


Muchas historias para contar, una sola ciudad para vivir. Salamanca y sus cuentacuentos es una Web en obras que va a recoger relatos, cartas, poesías, fotografías, reflexiones y bitacoras de todos los que han vivido o viven en Salamanca. Para entender esta ciudad hay que formar parte de ella, y todos los blogger de Salamanca y sus cuentacuentos le pertenecen porque la quieren.
Cuando se quiere a una persona, se pertenece a ella enteramente. Con una ciudad ocurre más o menos lo mismo.
Molte storie da Raccontare, una sola città per vivere. Salamanca y sus cuentacuentos è una Web in costruzione che raccoglierà racconti, lettere, poesie, fotografie, riflessioni e appunti di viaggio di tutti coloro che hanno vissuto o vivono a Salamanca. Per capire questa città bisogna essere parte di lei, e tutti i blogger di Salamanca y sus cuentacuentos le appartengono, perché la amano.
Quando si ama una persona, le si appartiene interamente. Con una città avviene più o meno la stessa cosa.